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Storie dai borghi

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Come un borgo ha riscoperto una forte vitalità

Non serve un evento per fare comunità. Basta fermarsi.

CE VEDÉME O’ CAFÈ – Come Pietramontecorvino ha riscoperto la sua vitalità partendo da una piazzetta vuota
Non un bar che riapre, ma una comunità che torna ad incontrarsi. La scommessa dell’APS “Dalla Parte dei Paesi” in Corso Aldo Moro.
PIETRAMONTECORVINO (FG) – Per anni la frase è stata un codice. Dire “Ce vedéme o’ cafè” non voleva dire “andiamo a prendere un caffè”. Voleva dire: ci vediamo lì, nel posto di tutti. Il piccolo bar di Corso Aldo Moro, a ridosso del centro storico, non era solo un esercizio commerciale. Era l’orologio sociale del borgo.
Poi il bar ha chiuso. E con la saracinesca abbassata non si è spento solo un servizio. Si è indebolita una consuetudine collettiva: fermarsi, conversare, giocare a carte, guardare la vita del quartiere. La piazzetta è rimasta, con le sue alberature, le panchine, il lampione di ghisa. Fisicamente disponibile, ma socialmente vuota. Uno spazio da attraversare, non dove stare.
È da questo vuoto che nasce il progetto “CE VEDÉME O’ CAFÈ – La piazzetta di comunità di Corso Aldo Moro”, promosso dall’APS Dalla Parte dei Paesi di Gianfilippo Mignogna e presentato al Comune di Pietramontecorvino nel luglio 2026.
Dal locale al luogo: l’idea che sta contagiando l’Italia
L’intuizione di Pietra è la stessa che sta facendo rinascere decine di borghi italiani. A Riccione il Comune ha appena aperto il “Caffè Sociale”, definito non come erogatore di servizi ma come “casa aperta nel cuore del borgo, dove contrastare la solitudine”. A Greve in Chianti, l’ex Circolo Mcl è diventato un bar dall’anima sociale che è “officina creativa, spazio di incontro e confronto”. A Medicina, il Caffè Solidale gira le frazioni per offrire agli over 65 socializzazione e un pomeriggio in compagnia. link: altarimini.itmet.cittametropolitana.fi.it
Il modello è identico: il caffè non è più una consumazione, è un’infrastruttura relazionale.
A Pietramontecorvino la formula è ancora più radicale e leggera: nessuna opera permanente, nessun investimento rigido, nessun uso esclusivo.
Cosa succede davvero in piazzetta
Per due mesi sperimentali, la piazzetta viene riattivata con:
arredi mobili e reversibili: tavoli, sedie, un contenitore per libri e giochi condivisiuso autonomo e gratuito: chiunque può fermarsi, leggere, giocare, senza iscrizione e senza dover consumareautogestione accompagnata: il cuore del progetto. Non è assenza di regole, è responsabilità diffusa.L’APS coordina, il Comune mantiene il pieno controllo del bene pubblico, ma a prendersi cura dello spazio giorno per giorno è un “Gruppo di cura” di cittadini volontari. Controllo leggero dei materiali, riordino, accoglienza di nuove idee, supporto ai micro-eventi. Senza funzioni di vigilanza.
I principi sono scritti nel progetto e sono una lezione di urbanistica sociale:
Uso pubblico e non esclusivo, gratuità, reversibilità, apertura, cura condivisa, compatibilità con una futura riapertura del locale.
Il bisogno non era un evento, ma un presidio
Come spiega la proposta, “Il bisogno rilevato non coincide con la richiesta di nuovi eventi. La comunità segnala la mancanza di un presidio quotidiano di socializzazione: un luogo nel quale sia possibile sostare anche quando non è previsto un appuntamento organizzato.”
La trasformazione attesa è chiara:Situazione attualeTrasformazione attesaSpazio prevalentemente attraversatoSpazio nel quale è possibile fermarsi e incontrarsiAssenza del presidio informale del barPresidio sociale diffuso prodotto dalla presenza dei cittadiniPochi motivi per sostareSedute, tavoli, giochi, libri e attività leggereResponsabilità indefinitaRegole semplici, gruppo di cura e associazione referenteObiettivi concreti: contrastare isolamento e solitudine, favorire relazioni tra generazioni, offrire ai bambini e alle famiglie un luogo sicuro all’aperto, valorizzare tempo volontario, competenze e memorie già disponibili.
Una comunità che si riscopre vitale e attiva
Ce Vedéme o’ Cafè non annuncia la riapertura del bar. Trasforma il “Caffè” in un nome simbolico. Il suo slogan dice tutto:
Il bar ha chiuso, ma la voglia di incontrarsi è ancora aperta. Porta una sedia, un libro, un gioco o semplicemente la voglia di stare insieme. Lo spazio è pubblico. La cura è di tutti.Il costo massimo indicato è di 5.250 euro, riducibile attraverso recupero di arredi, donazioni e volontariato. Il metodo di lavoro è quello del welfare socio-culturale di prossimità: Ascoltare -> co-progettare -> allestire in modo leggero -> usare -> osservare -> correggere -> restituire i risultati.
È così che un borgo riscopre una forte vitalità. Non con una grande opera calata dall’alto, ma rimettendo al centro quattro cose semplici: un tavolo, alcune sedie, un mazzo di carte, un libro. E la disponibilità a fermarsi.
L’evento finale non sarà un taglio del nastro, ma una restituzione pubblica di dati, foto del prima/durante/dopo e testimonianze degli abitanti, per decidere insieme se continuare e replicare il modello in altri angoli del paese.
Perché alla fine, come dicono gli abitanti, non serve un evento per fare comunità. Basta fermarsi.

Rassegna stampa

PugliaSera

Bar chiude dopo 138 anni, scrittori e artisti si mobilitano (si apre in una nuova scheda)

Scrittori, artisti, donne e uomini di arte, lettere e teatro: in tanti, dopo il clamore sulla chiusura dopo 138 anni del Caffè Basile, il bar più antico di Pietramontecorvino, piccolo comune in provincia di Foggia, si sono proposti spontaneamente, senza compenso, di sostenere l’iniziativa ‘Ce vedeme o cafè’ dell’associazione ‘Dalla parte dei paesi’

Leggi l’articolo su PugliaSera (nuova scheda)

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